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Luigi e Pino

 …“siamo nei primi anni ’70, all’università i giovani architetti progettavano un mondo che non si realizzerà mai: Pino progettò e realizzò una tomba, per l’amico Gigi Bonfà, morto in quegli anni.

Anch’io vi contribuii, alleggerendo un grande pannello di cemento, la porta dell’aldilà, con il blu e l’oro zecchino di un mosaico: Scarpa apprezzò molto che comprassi gli smalti dagli Orsoni di Calle dei Vedei in Canareggio. La tomba è al cimitero di S. Massimo, la prima a sinistra”…

 

cappella-bonfà-tommasi-scapini 01-1024x683

cappella-bonfà-tommasi-02-1024x683L’edicola funeraria della famiglia Bonfà è stata l’opera prima di Giuseppe Tommasi. Fu costruita nel 1974 a San Massimo, vicino a Verona, il cimitero del paese. L’edificio è il frutto della realizzazione del progetto di tesi col quale Tommasi si laureò in architettura a Venezia nel 1973 sotto la guida del professor Carlo Scarpa. Per saperne di più, potete leggere l’articolo“Opera prima, ultima dimora” pubblicato su architetti Verona web.

La formazione di un maestro architetto

imagedi Luigi Scapini

[articolo pubblicato sul n° 91 della rivista Architetti Verona]

Ho conosciuto Pino, un ragazzino dodicenne alto e magro, al cimitero monumentale di Verona, dove io ero andato con mio cugino

Ugo a dare la cera alla croce di noce dei Cartolari, e lui, con stracci e varechina, a pulire la tomba dei Tommasi che era lì vicino.

Allora viveva ancora a Codigoro, ma presto le circostanze delle nostre vite si intrecciarono ripetutamente sicché l’affinità elettiva sbocciata in quel pomeriggio di fine ottobre, si trasformò in una salda amicizia, che anche quando le suddette circostanze si fecero un po’ acrobatiche non s’incrinò mai.

Mi è stato chiesto di parlare degli esordi dell’attività dell’architetto Pino Tommasi e confesso che mi è addirittura difficile pensare a Pino se non come un architetto anche prima degli inizi degli anni ’70, quando conseguì la laurea.

A parte il fatto che una delle sue principali attività era sempre stata la sistemazione di una torre e di altri luoghi a Montinghel e in altre proprietà della sua famiglia,

Pino “costruiva” il suo abbigliamento e la sua gestualità in una sua maniera che gli risultava del tutto naturale e spontanea, secondo progetti assai creativi, ispirati alle idealità, ai sogni e alle fantasie più originali, al suo modo peculiare di abitare le tradizioni culturali.

La sua curiosità inesauribile, lo portava ad essere un nomade tra secoli, spazi e libri. Penso con tenerezza alla sua torre, una vecchia cisterna per l’acqua del giardino in passato romanticamente progettata come una ruina medievale, della cui risistemazione, Pino aveva già manifestato tutta la sua poetica: soluzioni completamente nuove ma semplici e razionali come quella della scala nascosta e ribaltabile per accedere al suo sancta sanctorum segreto: un soppalco di cui non si doveva sospettare l’esistenza, arredato in maniera elegantemente essenziale con qualche suppellettile militare e agricolo, che conteneva nascondigli per le collezioni segrete dell’infanzia, per qualche vecchia arma da caccia del nonno sapientemente risistemata, per qualche tentativo segreto nell’arte del disegno, persino per una pericolosa macchina per la cottura dei funghi sincronica alla loro raccolta. E tutto questo paradossalmente avveniva in un clima di garbo, equilibrio, armonia, giocosa umiltà che creavano la sua naturale pacatezza, il suo profondo istinto per i meccanismi della realtà, la sua scelta sicura per le strade razionalmente più semplici, e soprattutto il suo amore per le cose più piccole.

Tommasi non si iscrisse ad architettura, ma ad ingegneria, al Politecnico di Milano, seguendo la tradizione familiare del padre, del prozio e di vari altri parenti e passò un biennio di luna di miele con l’analisi matematica, la geometria e la fisica, che lo segnarono di sempiterno amore.

Io mi ero iscritto ad architettura a Firenze e vivevo in un appartamento con dei transfughi bloccati da chissà quale esame a Venezia che cercavano, cambiando sede, di uscire dall’impasse, cosa che si rivelò del tutto inutile perché poi con il ’68 ogni impasse si vanificò.

Comunque il vento del ’68 dava molto più tempo libero anche ai forzati del Politecnico di Milano, per cui Pino veniva spesso da me a Firenze, e ricordo ancora il suo sguardo mentre ascoltava i transfughi da Venezia che parlavano continuamente del grande maestro Carlo Scarpa che insegnava agli studenti come far la punta alla matita a regola d’arte.

Fatto sta che non mi meravigliai quando mi annunciò che aveva cambiato facoltà. Neppure quando, con il suo abituale pudore, mi disse che tramite il suo amico Guido Pietropoli aveva conosciuto il professor Scarpa, gli aveva chiesto di far la tesi con lui e che presto era diventato uno dei discepoli che frequentavano lo studio delle scuderie di Villa Valmarana a Vicenza, dove veniva apprezzato dal maestro per le sue conoscenze matematiche (veniva chiamato “lo scientifico”, ed adoperava il regolo calcolatore con destrezza ed eleganza eseguendo complicatissimi calcoli meglio della calcolatrice) ma soprattutto per la sua conoscenza del latino e del greco.

Io incontrai Carlo Scarpa solo al matrimonio di Pino con Francesca Rizzotti, dove rimasi affascinato da un aneddoto che un suo discepolo raccontò alla sua divertita presenza. Pare che alla mostra di Mondrian nella Basilica di Vicenza, dove Scarpa doveva sistemare i quadri, non ci fosse il posto per un quadro maledetto che girava tra le pareti con sempre maggiore insoddisfazione dell’allestitore che lo assisteva: alla fine risultò che quel quadro era un falso.

Certamente Pino è sempre stato “maestro” nel sapersi trovare un maestro: probabilmente era stato iniziato alla “maestria” nella caccia, nel trattare nella giusta maniera ogni tipo di persona, nel cavalcare elegantemente equanime il tempo del fare e del non fare dal nonno Bortolo di Montinghel.

Era ancora un bambino e pare che in un certo posto fosse stato avvistato un grosso leoro, si alzò alle tre, in punta di piedi, silenziosissimo come sapeva fare solo lui, compì la più grande trasgressione che si poteva fare a Montinghel, rubare la doppietta personale e la cartucciera con le cartucce personali che il nonno Bortolo teneva dietro il letto, uscì nella notte e si appostò. Verso le cinque sentì il fiato leggero del nonno dietro il collo: “l’eto visto?”.

 Importante fu anche la lunga frequentazione con l’architetto Vittorio Filippini, da cui credo che Pino abbia saputo distillare alcune delle caratteristiche più raffinate.

Penso anche a mio padre, Piero Scapini, di cui Pino era stato allievo tre anni al Maffei e che lo aveva sempre apprezzato per la stringatezza dei suoi temi: talvolta ascoltando Pino parlare di Dante, mi pareva di sentire lui.

Ma torniamo alla tesi con Scarpa: siamo nei primi anni ’70, all’università i giovani architetti progettavano un mondo che non si realizzerà mai: Pino progettò e realizzò una tomba, per l’amico Gigi Bonfà, morto in quegli anni.

Anch’io vi contribuii, alleggerendo un grande pannello di cemento, la porta dell’aldilà, con il blu e l’oro zecchino di un mosaico: Scarpa apprezzò molto che comprassi gli smalti dagli Orsoni di Calle dei Vedei in Canareggio. La tomba è al cimitero di S. Massimo, la prima a sinistra.

L’architetto Pino Tommasi, come ha acutamente detto Lapo Sagramoso nel suo ricordo alla chiesa di S. Eufemia, era un grande maestro nell’arte dell’amicizia, c’era sempre per gli amici e dava a profusione quanto di più prezioso poteva dare: architettura. Non ti chiedeva niente in cambio, forse solo che tu lo facessi un po’ divertire, la sua soddisfazione era compensata dal solo stare insieme. Io credo, con tutti i miei avventurosi movimenti abitativi, di essere stato uno dei più beneficati, per una decinad’anni ho potuto usufruire addirittura di uno splendido nido di una loggia di una delle sue case.

Siamo stati anche per anni compagni di viaggio, soprattutto verso oriente, e la mia danza arlecchinesca ben si completava e completava il suo sussiego saturnino: tutti e due di fronte al bello rimanevamo incantati ed eravamo reciprocamente grati di farci reciprocamente da cassa di risonanza.

Ma anch’io un giorno gli feci un bel regalo, e non solo a lui. Insegnavo ai geometri e mi trovai tra gli allievi una sorta di angelo

dell’architettura: Luigi Rodighiero, che nonostante qualche piuma persa nella vita scabra tra il XX e XXI secolo, penso che

sappia ancora volare. Lo presentai a Pino e fu lì che avvenne il miracolo della nascita di un nuovo maestro: quando c’è un degno

discepolo. Tutto da quel momento sembrò muoversi diversamente, nacque lo studio Tommasi, di cui Luigi Rodighiero non fu il

solo discepolo, ce ne furono altri di grande qualità: Damiano Zerman, Alberto Malagutti, Alessandro Cesaraccio, Tiziano Benedetti, Veronica Merlugo, Giampietro Rinaldi, Alessandro Merigo, Francesco Molesini, Daniele De Santi, Alessandra Rizzotti, Marcello Bondavalli.

Adesso c’è anche un altro Tommasi, Alessandro che sembra il ritratto dello zio quarant’anni fa.

Vorrei finire con un aneddoto che secondo me dimostra cosa fosse l’architettura per Pino. Eravamo andati a sciare in Francia e all’andata avevamo progettato di fermarci al ritorno vicino a Cuneo a mangiare il salame d’asino e il salame di bue e a bere il Dolcetto. L’ultimo giorno di sci Pino si era spaccato i legamenti di un ginocchio, l’avevano imbottito di antidolorifici e io avrei dovuto portarlo direttamente all’ospedale di Verona. Forse perché, nonostante l’assopimento da antidolorifici non sopportava più la mia pessima guida della sua ottima macchina (egli ha sempre avuto il culto dei motori, soprattutto delle moto ) propose, nonostante le mie sagge proteste, ma io ero comunque in torto perché guidavo male, di fermarci al ristorante di Cuneo, mangiammo e bevemmo gioiosamente, risalimmo in macchina, l’effetto degli antidolorifici sparì, Pino divenne verde e cominciò a parlare fino al pronto soccorso dell’ospedale di Verona della rete fognaria dell’antica Messene, delle superfetazioni in legno e materiali leggeri sulla struttura in pietra nell’Ercolano Romano e nei monasteri dell’Athos, delle doppie scale d’accesso agli scavi di Bikaner, degli intonaci di Palladio, degli artigiani che aveva ereditato da Scarpa come Eugenio De Luigi e di quelli che si era trovato lui come Renzo Zardini…dell’infinito suo viaggio dentro l’architettura.

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